Sfilate itineranti: la nuova frontiera della moda

Le sfilate itineranti

Le sfilate diventano itineranti. La formula della fashion week, che porta la moda da New York a Londra, da Milano a Parigi, è ormai superata. La tradizione non basta a soddisfare le esigenze di un settore in continua evoluzione e le nuove tempistiche dei luxury brand. Tra i classici appuntamenti della moda, quindi, si fanno sempre più spazio le sfilate “speciali”, dedicate a collezioni pre-stagionali o organizzate in occasione di eventi particolari e anniversari.

 

Sfilate itineranti: i protagonisti

Le sfilate itineranti sono partite con Dior, che ha presentato la propria collezione cruise 2020 lo scorso 29 aprile a Marrakech, ma sono tanti i brand famosi della moda che hanno scelto di uscire dagli schemi. Saranno infatti 17 le sfilate che si terranno tra maggio e giugno in 11 diverse città. Verranno presentati alcuni défilé maschili durante la prossima edizione di Pitti Uomo (che si terrà tra l’11 e il 14 giugno), tra cui Givenchy e Salvatore Ferragamo. Ma si tratta soprattutto di pre-collezioni estive, dette anche “cruise”. A chiudere sarà Fendi, che ha deciso di rendere omaggio a Karl Lagerfeld con una collezione a lui dedicata e che verrà presentata a Roma il prossimo 4 luglio.

Queste sfilate itineranti porteranno Giorgio Armani a Tokyo (che presenterà la proposta maschile e quella femminile insieme), le collezioni maschili di Prada e Saint Laurent rispettivamente a Shanghai e a Los Angeles e la cruise di Gucci nei nostri Musei Capitolini. Lo show di Alberta Ferretti avrà luogo a Monte Carlo, Max Mara sfilerà a Berlino, mentre Louis Vuitton e Chanel hanno scelto le più tradizionali New York e Parigi.

Sfilata itinerante
Sfilata itinerante

Sfilate itineranti: oltre le tradizioni

“Questi show hanno assolutamente senso per le griffe, sono un veicolo per promuovere se stessi in modo spettacolare. Le pre-collezioni possono rappresentare fino all’80% del fatturato annuale, dato che restano in negozio più a lungo delle proposte autunno/inverno e primavera/estate.”

Con queste parole la testata americana Wwd spiega perché i grandi nomi della moda decidono di investire ingenti capitali nell’allestimento di show e sfilate al di fuori delle tradizionali fashion week, sia per date che per città. La tradizione, però, viene superata anche nello strumento utilizzato per fare promozione. Dalle inserzioni cartacee nelle testate patinate si è ormai passati ai social network. Influencer e fashion editor vantano ormai milioni di follower e le location esotiche come Marrakech e le città d’arte come Firenze, mete scelte per le sfilate itineranti, assicurano molto clamore online.

C.P. Company: il retail parte da Milano

C.P. Company: il progetto retail

C.P. Company, azienda sportswear del gruppo Tristate Holding, ha dato il via al primo progetto retail. Un progetto partito da Milano, ma che toccherà diverse città europee e non solo. Il presidente Lorenzo Osti, alla guida del marchio dallo scorso marzo, ha spiegato il perché di questa scelta.

“È la prima volta nella sua storia che C.P. Company affronta un vero e proprio progetto retail. Per questo ci siamo presi del tempo per farlo bene: sono almeno tre anni che ne parliamo, ma solo quest’anno abbiamo trovato il giusto format e i giusti partners. Ci affacciamo al retail in un momento di grandi cambiamenti e, pertanto, cerchiamo di farlo con cautela ed intelligenza. Fortunatamente possiamo contare su una grande esperienza della nostra holding Tristate, molto forte nella distribuzione retail in Cina.”

 

C.P. Company: a Milano il primo store

C.P. Company ha scelto Milano, la sua ottima awareness e la vicinanza alla sede dell’azienda, come palco di prova. Questo primo negozio, definito appunto “retail stage”, sarà il trampolino di lancio per un progetto di portata mondiale e la giusta occasione per sperimentare nuove modalità di interazione con il consumatore.

Lo store, di 170 metri quadrati, su due piani, si trova in Corso Garibaldi 95 ed è stato progettato per regalare ai clienti un’esperienza unica. All’interno, infatti, non è presente soltanto la collezione firmata C.P. Company, ma anche un’area dedicata al progetto Bespoke Color. Questo servizio personalizzato di tintura permette ai clienti di scegliere la sfumatura Pantone preferita o di ottenere l’esatto colore di un proprio indumento o oggetto per alcuni capi selezionati del brand.

C.P. Company Milano
C.P. Company Milano

C.P. Company: il retail worldwide

C.P. Company, però, non si ferma alla sola Milano. La capitale italiana della moda rappresenta infatti solo l’inizio del progetto retail worldwide. Lorenzo Osti ha annunciato che nei prossimi tre anni verranno aperti altri otto store in Europa, a partire da Amsterdam e Parigi. Ma anche Londra, che già conta un punto vendita storico, gestito però dal partner locale. È però fuori dall’Europa che C.P. Company muoverà i suoi prossimi passi: il secondo store avrà infatti sede a Pechino e verrà aperto a giugno all’interno del China World Mall.

L’ambizioso progetto porterà quindi C.P. Company in diversi Paesi, ma i loro capi sono già venduti in 900 negozi multimarca. Oltre, ovviamente, ad essere distribuiti online attraverso il canale e-commerce del brand. Il negozio virtuale ha attualmente un peso del 5%, ma, secondo Osti, è in forte crescita.

Kering: Balenciaga oltre il miliardo

Tra le maison più piccole del colosso francese del lusso Kering, Balenciaga è destinata a superare il miliardo di euro nel 2019. La ricca storia del brand, unita ad una vision sempre al passo coi tempi, hanno reso Balenciaga una vera e propria icona ed i risultati economici lo dimostrano. Come ha anticipato Cedric Charbit, CEO di Balenciaga, parte del successo è dovuto alla scelta di rivolgersi ai Millennials che ora rappresentano un terzo del mercato globale dei beni di lusso e il 60% dei consumatori di Balenciaga; così come gli acquirenti maschi, che solo di recente sono cresciuti in termini di potere d'acquisto.

Balenciaga: le origini

Cristobal Balenciaga, soprannominato “maestro della haute couture”, ha dato vita al brand che porta il suo nome nel 1917.  Negli anni ’20, la haute couture rappresentava la massima espressione del lusso e Balenciaga era già un punto di riferimento nel settore.

Le creazioni di Balenciaga hanno rivoluzionato il concetto di silhouette femminile e di abbigliamento, ricercando maggiori purezza e semplicità delle forme. Per la maison, alta moda è sempre stato sinonimo di eleganza, fiducia in se stessi e miglioramento della propria immagine, ma senza per questo rinunciare a praticità e comfort. Con l’apertura della prima boutique a Parigi, nel 1948, il lusso di Balenciaga è diventato più accessibile, raggiungendo un pubblico più ampio e conquistando ogni donna.

Balenciaga: il gruppo Kering

Oggi Balenciaga è parte del gruppo francese Kering, in cui ha fatto il suo ingresso nel 2001, e si è aperta anche alla moda maschile. Ed è proprio dall’apprezzamento del pubblico maschile, e dei millennials, che arrivano i grandi risultati che il marchio sta registrando.

Gruppo Kering
Gruppo Kering

Kering - Balenciaga oltre il miliardo

Il CEO della capogruppo Kering, François-Henri Pinault, durante l’assemblea generale annuale, ha dichiarato che Balenciaga supererà quest’anno il miliardo di euro di ricavi. Si tratta di un risultato che il brand raggiungerebbe per la prima volta, ma che era stato già anticipato agli investitori lo scorso febbraio da Jean-Marc Duplaix, direttore finanziario della capogruppo.

Balenciaga, dal 2015 sotto la guida creativa di Demna Gvasalia, si è rivelato il brand con la crescita più rapida e il traguardo di un miliardo previsto per le vendite lo posiziona al quarto posto all’interno del gruppo Kering. Prima della maison troviamo Gucci (punta di diamante del gruppo con i suoi 8 miliardi di euro nel 2018), Saint Laurent (1,7 miliardi) e Bottega Veneta (1,1 miliardi). Secondo le previsioni di Pinault, però, anche un altro brand potrebbe inserirsi nella classifica dei miliardari: Alexander McQueen.

La Cina compra online

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Il canale online è ormai un mezzo consolidato per lo shopping e lo è sempre di più anche per la Cina. Nel 2018, per la prima volta, l’e-commerce ha raggiunto i 9mila miliardi di yuan (circa 1.183 miliardi di euro) nel colosso asiatico. I dati del Ministero cinese del commercio registrano un’incidenza delle transazioni online nelle vendite retail del 45,2%, in crescita rispetto al 37,9% dell’anno precedente.

Se questi dati evidenziano l’evoluzione delle abitudini di acquisto dei consumatori cinesi, è importante che brand e retailer si adattino in fretta al cambiamento.

Il Presidente cinese Xi Jinping, a fine 2018, aveva già posto l’attenzione sulla volontà del Paese di aumentare le importazioni, dichiarando di voler raggiungere 30mila miliardi di dollari (circa 26 in euro) di merci importate nei prossimi 15 anni. La Cina ha dunque tutta l’intenzione di mettere in moto il mercato del lusso e, più in generale, l’economia mondiale.

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Kering: un 2018 oltre le stime

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Il 2018 è stato un anno molto positivo per Kering che, registrando profitti netti in crescita a 3,71 miliardi di euro, non solo ha decisamente superato i risultati del 2017 (1,79 miliardi), ma ha anche battuto i 2,79 miliardi che il mercato aveva stimato. I ricavi del gruppo di François-Henri Pinault sono cresciuti del 26,3% rispetto all’esercizio precedente (con una crescita organica del 29,4% e arrivando a toccare i 13,67 miliardi), raggiungendo un +23,3% nel solo quarto trimestre.

“L’Asia-Pacific è in crescita per i nostri marchi nell’ordine del 28% nel quarto trimestre e la Cina continentale ha registrato una performance anche migliore con tassi di crescita estremamente elevati”, ha affermato Jean-Marc Duplaix, direttore finanziario di Kering, nella conference call riservata agli analisti. L’Asia-Pacific, con il suo +34,1% su base comparabile, non è però l’unica area geografica ad aver contribuito alla performance brillante del gruppo. Tutte le aree hanno infatti raggiunto risultati più che rassicuranti: Nord America +37,3%, Giappone +23,7% ed Europa occidentale +23%.

“Il 2018 è stato un anno eccellente per Kering e per le sue maison”, ha aggiunto Pinault, chairman e CEO del gruppo. “Abbiamo ancora una volta performato decisamente meglio dell’industria, in un contesto globale generalmente vivace, ma sempre più complesso”.

Gucci, marchio ammiraglio del gruppo, ha raggiunto gli 8,28 miliardi di vendite nel 2018, registrando una progressione annuale del giro d’affari del 36,9%. L’azienda affidata allo stilista Alessandro Michele, però, ha mostrato risultati più bassi nella seconda parte dell’anno, passando dai +40,1% e +48,7% del primo e secondo trimestre ai +35,1% e +28% degli ultimi due quarter. “La crescita delle vendite comparabili del 28,1% nel quarto trimestre ha segnato un rallentamento rispetto ai precedenti tre mesi, ma ha superato di gran lunga quella dei rivali, mentre i margini hanno raggiunto il livello record del 39,5% nel 2018”, ha rassicurato Reuters.

Yves Saint Laurent, altro marchio del gruppo, ha registrato una crescita del +16,1% (1,74 miliardi), mentre Bottega Veneta ha subito, nei 12 mesi, un calo di 5,7 punti percentuali (1,1 miliardi).

Grazie in particolare alla plusvalenza derivante dalla cessione di Puma, Kering ha segnalato che il risultato netto da “operazioni discontinue” si è attestato a 1,09 miliardi.

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Mipel: cresce l’esportazione della pelletteria italiana

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Dal 10 al 13 febbraio, al polo Fieramilano di Rho, ha avuto luogo la 115esima edizione di Mipel, la fiera della pelletteria. In occasione della conferenza stampa, Centro Studi Confindustria Moda ha reso noti i dati preconsuntivi del settore, realizzati per Assopellettieri. Da questi risulta che la pelletteria italiana ha realizzato un export di quasi 6,8 miliardi di euro, registrando una crescita del 10,3%, ma con una diminuzione del 5,7% dei chilogrammi esportati ed un aumento del prezzo medio al kg del 17%.

La Francia è stata interessata dall’andamento negativo nelle quantità (-13,6%), così come Regno Unito (-24,6%) e Spagna (-9,3%). Al contrario, Svizzera (+24,9% in valore e +24,2% in quantità) e Germania (+6,3%) sono i mercati che hanno fatto registrare risultati positivi anche per chilogrammi esportati. In crescita anche i dati riguardanti i Paesi extra-UE, che raggiungono il 12% in più per valore e un 8% in più per quantità, in particolare grazie a Far East e Nord America. In generale, la crescita si assesta intorno all’8,6%, con un attivo di 4,13 miliardi nel saldo commerciale dei primi dieci mesi del 2018.

Sostenibilità ambientale e responsabilità sociale sono stati i temi principali di quest’ultima edizione di Mipel, ma non sono mancate alcune novità: 50 nuovi espositori hanno preso parte alla manifestazione organizzata da Aimpes Servizi, con il supporto di Ice-Agenzia e Mise e promossa da Assopellettieri. Tra questi possiamo citare Cabin Zero, John Richmond e La Martina. Ma ci sono stati, inoltre, quasi 20 ritorni (Valigeria Roncato e Caterina Lucchi) e diverse conferme (come Discord by Yohji Yamamoto e Vivienne Westwood).

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Milano guida la moda italiana

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Il territorio di Milano e provincia ha raggiunto, nei primi nove mesi del 2018, 5,2 miliardi di euro (+6,4%) di export di prodotti di moda, diventando così leader in Italia. I risultati arrivano da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi, su dati Istat e del Registro delle Imprese e Aida – Bureau van Dijk, che segna un +3,6% dell’intera Lombardia (10 miliardi) e un +2,3% in tutta Italia (39 miliardi).

Dal rapporto risulta inoltre che le aziende milanesi di moda impiegano 91 mila addetti, a fronte dei 192 mila in Lombardia e 846 mila in tutto il Paese, con un giro d’affari di oltre 20 miliardi. Milano rappresenta quindi il 6% del settore italiano per imprese, l’11% per addetti e più del 20% per ricavi.

L’Italia conta 221 mila imprese operanti nel fashion e la ricerca stabilisce la supremazia lombarda (34 mila), con Campania (32 mila) e Toscana (28 mila) al seguito. Milano si conferma la prima città in Lombardia anche per numero di aziende (13 mila), seguita a grande distanza da Brescia (4 mila), Bergamo e Varese (più di 3 mila), Como e Monza e Brianza (più di 2 mila). Se invece si considera il numero di imprese a livello nazionale, il capoluogo lombardo si classifica al terzo posto, superato da Napoli (21 mila) e da Roma (15 mila).

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Borsa 2018: bene lusso e sportswear

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La crescita economica della Cina ha subito un rallentamento nel 2018, registrando il risultato più basso dal 1990 (+6,6%). Questo ha avuto delle conseguenze sulle performance dei grandi nomi del lusso in Borsa, ma senza causare gravi danni. L’analisi di Pambianco sulla variazione dei titoli delle aziende della moda e del lusso nel 2018 definisce quest’ultimo un anno di transizione, come il precedente. In questo clima di incertezza, il fast fashion continua a retrocedere, ma lusso e sportswear crescono.

Il rallentamento del mercato cinese e l’abbassamento del giudizio sul settore da “neutral” a “underweight” da parte degli analisti (come Morgan Stanley) hanno causato una perdita di terreno per i titoli del lusso. Ma, anche se le performance sono ben lontane dai risultati registrati a chiusura del 2017, la situazione europea è di generale crescita: Kering (+17%), Brunello Cucinelli (+11,8%), Hermès (+10,8%), Lvmh (+9,1%) e Aeffe (+5,8%) sono riuscite a mantenere parte dei guadagni dei primi mesi dell’anno, grazie anche ai risultati rassicuranti dell’ultimo trimestre. Il 2018, comunque, prima dell’ottobre “nero”, è stato un anno brillante per molti titoli, come Moncler (+12,9%), che ha registrato le performance migliori di sempre. Puma (+18,6%) e Adidas (+12,2%) guidano i risultati positivi dello sportswear.

Per Burberry (-0,6%), che è reduce da una transizione manageriale e stilistica, Salvatore Ferragamo (-18,4%), Hugo Boss (-22,7%) e Tod’s (-29,4%), le performance sono invece negative. Subiscono poi un forte rallentamento le società in fase di riassetto come Stefanel (-60,7%) e Safilo (-76,4%), ma anche Ovs, che paga le conseguenze della sfortunata operazione svizzera con Sempione Fashion. Il fast fashion, infine, continua la sua discesa anche nel 2018: Next (-8,7%), H&M (-20,4%) e Inditex (-20,5%).

La situazione americana vede lo sportswear protagonista indiscusso: Lululemon (+52,6%), Columbia Sportswear (+16,4%), Under Armour (+15,7%). Nike ha toccato picchi molto alti di crescita (86 dollari per azione) durante l’anno, per poi chiudere con un +18,1% (74,14 dollari). Skechers ha invece registrato un risultato negativo (-40,5%), penalizzata da un pesante secondo trimestre; mentre Fossil si è ripresa abbondantemente (+81,8%) dopo diversi esercizi in declino.

Il lusso americano non replica le buone performance delle società europee, segnando bruschi cali o timide crescite: Ralph Lauren (+0,7%), Tiffany (-22,8%), Tapestry (-23,2%), la ex Michael Kors, ora Capri Holdings (-40,8%), che ha fatto i conti con lo scetticismo degli analisti sul costo di acquisizione di Versace, e L Brands (-54,1%), che subisce il calo di popolarità di Victoria’s Secret.

In Asia, infine, sono stati presi a campione dieci titoli. Di questi, solo due hanno chiuso in positivo: Fast Retailing (+26,7%) e Semir (+16,6%). Tra le società in calo, invece, troviamo anche Prada (-8,7%).

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Blockchain: la tecnologia per tutelare il “made in Italy”

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Carlo Ferro, nuovo Presidente dell’ICE (l’Istituto nazionale per il Commercio Estero), vuole contrastare la frenata dell’economia utilizzando la blockchain. Questa la prossima linea strategica, per la promozione del commercio estero, presentata al Sole 24 Ore.

Il Mise (Ministero dello Sviluppo) vorrebbe servirsi della blockchain per garantire la tracciabilità dei prodotti made in Italy e difendere così i brand dalla contraffazione, problema che colpisce la moda e altri settori. Il protocollo blockchain andrebbe ad assicurare la disponibilità in rete di informazioni certificate e si potrà accedere a queste informazioni attraverso un’etichetta o con una digital tag leggibile tramite smartphone. L’ICE, quindi, collaborando con il Mise, dovrà diventare un centro di competenza digitale che metta a disposizione delle piattaforme standard per le imprese che esportano.

Startup e micro e piccole imprese saranno le principali protagoniste di questo piano di tracciabilità, con particolare attenzione alla quota export del Sud che si progetta di incrementare dal 12 al 20%.

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Industria 4.0: la moda cerca 50mila lavoratori

Dal mondo della moda arriva un allarme occupazione al contrario: servono circa 50.000 addetti nei prossimi cinque anni.

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A fine novembre, durante l’ultima edizione di Job&Orienta, Sistema Moda Italia ha presentato un’elaborazione di Unioncamere sull’evoluzione attesa della domanda di lavoro in Italia. Le stime dicono che, nel periodo tra 2017 e 2021, serviranno quasi 50mila lavoratori in tutti i segmenti della filiera della moda. Le aziende del settore vivono da tempo questo allarme occupazionale al contrario rispetto alla generale situazione del paese. Questo bisogno di nuove figure da inserire, che si prevede diventerà sempre più urgente, riguarda i diversi comparti produttivi ed è il risultato di due fattori. La nuova riforma pensionistica, infatti, potrebbe causare l’uscita dal mondo del lavoro di molte figure chiave nella manifattura che dovranno essere rimpiazzate. Ma l’alta richiesta sarà dovuta anche alla necessità dell’industria 4.0 di addetti che sappiano coniugare manualità e conoscenze digitali.

L’industria 4.0, che prevede un ingresso massiccio dell’information technology nelle aziende, è un tema sempre più attuale e concreto nel settore della moda. Le stime dei principali distretti industriali confermano questa tendenza: nel territorio di Biella serviranno 1200 addetti nel settore tessile nei prossimi cinque anni; Firenze, invece, ha ricercato 3000 persone nella pelletteria negli ultimi due anni e i lavoratori da inserire nella parte nord della Toscana sono 1100. Il Veneto, infine, presenta una situazione in cui il ricambio è fondamentale: più di un terzo dei 60mila addetti della moda ha più di 50 anni. Le associazioni confindustriali dei singoli distretti, in accordo con le scuole professionali locali, si stanno già adoperando per far fronte alla domanda e per garantire ai più giovani una visione più concreta del lavoro nel settore della moda.

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Filatura italiana in crescita

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Tra il 23 ed il 25 gennaio, si è tenuta a Firenze, alla Fortezza da Basso, l’84esima edizione di Pitti Filati, l’appuntamento internazionale di riferimento del settore dei filati per maglieria. “Questa edizione di Pitti Immagine Filati – dice la nota ufficiale – beneficia del contributo straordinario del Ministero dello Sviluppo Economico e Agenzia Ice, nell’ambito del Piano Speciale 2018-2019 a sostegno delle fiere del made in Italy. Il contributo è dedicato al potenziamento delle attività di ospitalità, media relations e pubblicità”.

La manifestazione è stata suddivisa in tre sezioni: Pitti Filati, con 82 espositori, Fashion at Work, 21, e KnitClub, 16. Per un totale di 119 marchi presenti a questa edizione e 4.300 buyer (lo scorso anno i compratori sono stati pochi di più, 4.350). In termini di presenze straniere, erano presenti i mercati di Regno Unito, Francia, Germania, Stati Uniti, Svizzera e Spagna.

Il 2018 è stato definito un anno “complessivamente discreto” per la filatura italiana, secondo il Centro Studi di Confindustria Moda per Sistema Moda Italia. Il fatturato del settore è stato stimato in crescita del 2,7%, superando i 2,9 miliardi di euro, tenendo conto delle elaborazioni preliminari. Secondo le stime, il valore della produzione ha subito un aumento del 2,1%, circa 1,8 miliardi di euro. Ma è l’export a segnare un vero e proprio cambio di tendenza: dal -0,4% del 2017 al +3,6% dello scorso anno (854 milioni). L’import, invece, dovrebbe registrare un lieve calo, stimato a 882 milioni di euro (-0,5%).

Secondo un’indagine campionaria condotta da Confindustria Moda su un panel di aziende associate a Smi, il settore ha manifestato un timido segnale positivo anche a livello occupazionale. La filatura laniera ha subito una flessione nel primo trimestre (-1,9%), per poi raggiungere un leggero aumento nel terzo (+0,5%).

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Kering ai vertici per sostenibilità

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Per il secondo anno consecutivo, Kering si conferma l’azienda più sostenibile al mondo nella sezione Textiles, Apparel & Luxury Goods, secondo il Global 100 Index 2019, l’indice stilato dalla rivista Corporate Knights. Durante il World Economic Forum, a Davos, in Svizzera, sono stati presentati i risultati e l’azienda si è aggiudicata anche il secondo posto nella classifica generale che comprende le società di tutti i settori.

Il Global 100 Index, uno degli indici più autorevoli in materia di sostenibilità aziendale, tiene conto delle performance delle imprese, nel lungo periodo, a livello economico, ambientale e sociale. “Le attività di Kering – riporta una nota aziendale – sono state sottoposte a una valutazione basata su 21 indicatori chiave (KPI), tra cui gestione delle risorse, gestione del personale, gestione finanziaria, performance dei fornitori e clean revenue.” Ed è proprio in quest’ultimo indicatore, che misura la percentuale di ricavi derivanti da prodotti o servizi che apportano benefici ambientali o sociali ben definiti, che il gruppo ha riportato il punteggio più alto.

Marie-Claire Daveu, Chief Sustainability Officer e Responsabile affari istituzionali di Kering, si è dimostrata onorata di questo riconoscimento: “Non solo perché testimonia il nostro impegno pluriennale per integrare le best practice per la sostenibilità nei processi aziendali, ma anche perché rappresenta la conferma che il successo economico e finanziario non può essere disgiunto da traguardi così importanti sotto il profilo sociale e ambientale”.

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Kidswear: l’88esima edizione di Pitti Bimbo

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Dal 17 al 19 gennaio si è svolta a Firenze l’88esima edizione di Pitti Bimbo, la manifestazione dedicata alla moda per bambini. Alla Fortezza da Basso sono state presentate 564 collezioni autunno/inverno 2019-20 childrenswear, di cui il 58% provenienti dall’estero. L’evento, progettato su una superficie espositiva di circa 47mila metri quadrati, ha confermato le ormai consuete sezioni: Apartment, Ecoethic, Sport Generation, SuperStreet, KidFizz, Fancy Room (con il doppio degli espositori rispetto al passato) e ActiveLab e The Nest (che si spostano agli Archivi).

Durante la manifestazione, hanno avuto luogo alcuni eventi, tra cui una mostra e una capsule collection di Patrizia Pepe, per festeggiare il 60esimo compleanno della celebre Barbie. Hello Kitty, invece, in occasione del suo 45esimo anniversario, è diventata protagonista di Fashion Comics, il progetto ideato dal designer Alessandro Enriquez, con tre sfilate firmate Pitti Immagine e il fashion show serale di Monnalisa e i défilé dei brand Stefania e del collettivo di aziende spagnole Children’s Fashion from Spain.

Questa edizione ha segnato inoltre il debutto di Belumbury Fashion Group nel mercato del kidswear, con la collezione Tot del brand Au197Sm. Ma anche di un nuovo progetto per Pitti Immagine: un programma di laboratori e workshop gratuiti per la famiglia, in partnership con le più importanti istituzioni museali di Firenze.

La moda junior nel 2018 vede una crescita del 2,3% del turnover, superando così i 2,9 miliardi di euro. Si prevede una chiusura positiva sia per l’export che per l’import (rispettivamente +6,5% e +0,9%) ed un calo del 2% nel mercato interno. Questi i dati del kidswear elaborati da Smi (Sistema Moda Italia).

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La Cina traina il lusso

I risultati del terzo trimestre smentiscono le previsioni di una frenata nel settore del lusso, ancora trainato dalla Cina. La prospettiva è ora la normalizzazione del gigante asiatico e un approccio selettivo da parte delle aziende.

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Lo scorso ottobre Morgan Stanley ha declassato il settore del lusso, portando i titoli da “neutral” a “underweight”, ritenendo sopravvalutate le azioni dell’alto di gamma. Secondo l’investment bank di New York, inoltre, la fiducia dei consumatori cinesi ha già raggiunto il suo apice e non ammette crescita. A smentire queste previsioni sono arrivati i risultati del colosso francese del lusso, Lvmh. Il direttore finanziario, Jean Jacques Guiony, ha annunciato che il gruppo ha registrato un aumento delle vendite del 10% nei primi nove mesi dell’anno (33,1 miliardi di euro) e lo stesso risultato nei ricavi del solo terzo trimestre. Risultati che rendono la Cina, insieme agli Stati Uniti, la piazza più dinamica del gruppo.

Dati positivi arrivano anche dalla concorrenza. I ricavi di Kering nel terzo quarter sono cresciuti del 27,6% (3,4 miliardi), registrando un +27,1% (poco meno di 10 miliardi) se si considerano i primi nove mesi d’esercizio. Anche in questo caso è l’area dell’Asia-Pacifico a raggiungere grandi risultati: +33% per il gruppo e +42% per la sola Gucci.

Le aziende italiane confermano questo andamento ed è soprattutto Moncler a ridurre i timori con i primi risultati del progetto Genius. Nei primi tre trimestri i ricavi sono aumentati del 18% (872,7 milioni di euro), mentre nel solo terzo quarter il fatturato ha segnato un rialzo del 15,2% (379,1 milioni). Nel 2017 l’area dell’Asia e del Resto del Mondo riportava un +19% nello stesso periodo in cui, ora, il risultato sale a +32% per l’azienda guidata da Remo Ruffini.

L’Asia è il primo mercato per ricavi per Salvatore Ferragamo e la Cina in particolare potrebbe contribuire alla ripresa della maison. Dopo due trimestri in discesa, infatti, il terzo si è chiuso con un incremento dei ricavi del 3,9% (298,2 milioni di euro). Nel colosso asiatico, inoltre, anche i negozi a gestione diretta hanno registrato un aumento dell’1%.

Nonostante la crescita si stia normalizzando e Hong Kong stia perdendo quota, secondo un’analisi della banca d’investimento americana Merrill Lynch, che suggerisce alle aziende un approccio selettivo, l’interesse della Cina verso il lusso europeo resta alto. Alle stesse conclusioni è giunta anche Mediobanca Securities: “Nonostante i recenti timori, la domanda cinese sta mostrando più una normalizzazione che un rallentamento e resta il motore della crescita del settore nel medio-lungo termine”. Infine, è lo stesso Presidente cinese Xi Jinping a prevedere di raggiungere i 26mila miliardi di euro di merci importate in 15 anni.

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Gucci debutta nel mercato dei gioielli di lusso

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La prossima estate, tra giugno e luglio, Gucci farà il suo ingresso nel mercato della gioielleria di lusso. Lo ha dichiarato a Le Figaro François-Henri Pinault, CEO del gruppo Kering, precisando che la linea sarà composta da 200 pezzi, arricchita da numerose pietre preziose colorate e prodotta interamente in Italia. L’obiettivo del gruppo francese, inoltre, è di utilizzare, entro due anni, oro proveniente da giacimenti al 100% sostenibili.

Il colosso parigino controlla già le maison Boucheron e Pomellato e, con il debutto di Gucci, conferma il proprio interesse verso il segmento dei preziosi. “L’universo estremamente ricco e molto particolare di Alessandro Michele oggi vi si presta. Le parure che sta creando per Gucci si assicureranno un loro posto sul mercato in modo naturale”, continua Pinault.

Il terzo trimestre di esercizio si è concluso in modo positivo per la maison guidata da Marco Bizzarri, che ha sfiorato un +35% e un giro d’affari di 2 miliardi di euro e ha trainato la performance del gruppo (+27,6% e 3,4 miliardi di euro). Il buon risultato di Gucci è seguito dal +16,5% di Yves Saint Laurent (446,9 milioni) ed ha contribuito ad una crescita del 27,1% del giro d’affari di Kering (9,8 miliardi di euro) nei primi 9 mesi del 2018.

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