Performance migliori grazie alle nuove tecnologie

By Jennifer Toomey | Senior Director, Cloud Business Group, Oracle

Intelligenza artificiale e machine learning, così come altre tecnologie emergenti, sono tuttora temi molto caldi. All’Oracle OpenWorld dello scorso anno, infatti, uno dei più grandi annunci è stato relativo alle nuove funzionalità disponibili nelle soluzioni ERP e EPM Cloud di Oracle.

I responsabili finanziari, consapevoli della sempre maggiore diffusione di IA, apprendimento automatico e automazione intelligente di processo, iniziano a chiedersi come queste tecnologie possano essere d’aiuto per la crescita del loro business.

Nel caso dell’EPM (Enterprise Performance Management), le funzionalità delle tecnologie emergenti potrebbero essere sfruttate per analizzare enormi insiemi di dati, identificare modelli e fare previsioni che richiederebbero giorni o settimane di lavoro umano e di analisi minuziosa. Questo significa accelerare notevolmente i cicli di pianificazione e forecasting di un’azienda e quindi aiutarla ad identificare nuove opportunità di mercato, permettendole di agire più rapidamente dei concorrenti.

Grazie alle nuove tecnologie, chi si occupa di finanza all’interno di un’azienda potrebbe essere liberato da compiti come la riconciliazione, il consolidamento e la chiusura dei conti. Un livello più elevato di automazione, quindi, permetterebbe al personale di utilizzare le proprie competenze in aree più strategiche della finanza.

Un sistema di riconciliazione contabile, ad esempio, potrebbe scartare il 30% delle riconciliazioni. In questo caso sarebbe necessario l’intervento umano per dare l’ordine al software di accettare, rifiutare e così via. Se il sistema fosse dotato di machine learning, assimilerebbe queste istruzioni per trattare allo stesso modo, in futuro, anomalie simili. In questo modo, il numero di riconciliazioni che necessitano di intervento umano potrebbe scendere fino al 15%.

Un approccio migliore all’IA e al machine learning

L’approccio di Oracle alle tecnologie emergenti consiste nel renderle immediatamente utilizzabili. Non si limita, infatti, a fornire una piattaforma dotata di intelligenza artificiale, lasciando che siano poi le aziende a sviluppare applicazioni finanziarie adatte per le proprie esigenze. Oracle, invece, progetta direttamente vari casi d’uso per i propri clienti, inserendoli nelle proprie applicazioni cloud, pronti all’utilizzo.

 

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Kering: un 2018 oltre le stime

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Il 2018 è stato un anno molto positivo per Kering che, registrando profitti netti in crescita a 3,71 miliardi di euro, non solo ha decisamente superato i risultati del 2017 (1,79 miliardi), ma ha anche battuto i 2,79 miliardi che il mercato aveva stimato. I ricavi del gruppo di François-Henri Pinault sono cresciuti del 26,3% rispetto all’esercizio precedente (con una crescita organica del 29,4% e arrivando a toccare i 13,67 miliardi), raggiungendo un +23,3% nel solo quarto trimestre.

“L’Asia-Pacific è in crescita per i nostri marchi nell’ordine del 28% nel quarto trimestre e la Cina continentale ha registrato una performance anche migliore con tassi di crescita estremamente elevati”, ha affermato Jean-Marc Duplaix, direttore finanziario di Kering, nella conference call riservata agli analisti. L’Asia-Pacific, con il suo +34,1% su base comparabile, non è però l’unica area geografica ad aver contribuito alla performance brillante del gruppo. Tutte le aree hanno infatti raggiunto risultati più che rassicuranti: Nord America +37,3%, Giappone +23,7% ed Europa occidentale +23%.

“Il 2018 è stato un anno eccellente per Kering e per le sue maison”, ha aggiunto Pinault, chairman e CEO del gruppo. “Abbiamo ancora una volta performato decisamente meglio dell’industria, in un contesto globale generalmente vivace, ma sempre più complesso”.

Gucci, marchio ammiraglio del gruppo, ha raggiunto gli 8,28 miliardi di vendite nel 2018, registrando una progressione annuale del giro d’affari del 36,9%. L’azienda affidata allo stilista Alessandro Michele, però, ha mostrato risultati più bassi nella seconda parte dell’anno, passando dai +40,1% e +48,7% del primo e secondo trimestre ai +35,1% e +28% degli ultimi due quarter. “La crescita delle vendite comparabili del 28,1% nel quarto trimestre ha segnato un rallentamento rispetto ai precedenti tre mesi, ma ha superato di gran lunga quella dei rivali, mentre i margini hanno raggiunto il livello record del 39,5% nel 2018”, ha rassicurato Reuters.

Yves Saint Laurent, altro marchio del gruppo, ha registrato una crescita del +16,1% (1,74 miliardi), mentre Bottega Veneta ha subito, nei 12 mesi, un calo di 5,7 punti percentuali (1,1 miliardi).

Grazie in particolare alla plusvalenza derivante dalla cessione di Puma, Kering ha segnalato che il risultato netto da “operazioni discontinue” si è attestato a 1,09 miliardi.

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Mipel: cresce l’esportazione della pelletteria italiana

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Dal 10 al 13 febbraio, al polo Fieramilano di Rho, ha avuto luogo la 115esima edizione di Mipel, la fiera della pelletteria. In occasione della conferenza stampa, Centro Studi Confindustria Moda ha reso noti i dati preconsuntivi del settore, realizzati per Assopellettieri. Da questi risulta che la pelletteria italiana ha realizzato un export di quasi 6,8 miliardi di euro, registrando una crescita del 10,3%, ma con una diminuzione del 5,7% dei chilogrammi esportati ed un aumento del prezzo medio al kg del 17%.

La Francia è stata interessata dall’andamento negativo nelle quantità (-13,6%), così come Regno Unito (-24,6%) e Spagna (-9,3%). Al contrario, Svizzera (+24,9% in valore e +24,2% in quantità) e Germania (+6,3%) sono i mercati che hanno fatto registrare risultati positivi anche per chilogrammi esportati. In crescita anche i dati riguardanti i Paesi extra-UE, che raggiungono il 12% in più per valore e un 8% in più per quantità, in particolare grazie a Far East e Nord America. In generale, la crescita si assesta intorno all’8,6%, con un attivo di 4,13 miliardi nel saldo commerciale dei primi dieci mesi del 2018.

Sostenibilità ambientale e responsabilità sociale sono stati i temi principali di quest’ultima edizione di Mipel, ma non sono mancate alcune novità: 50 nuovi espositori hanno preso parte alla manifestazione organizzata da Aimpes Servizi, con il supporto di Ice-Agenzia e Mise e promossa da Assopellettieri. Tra questi possiamo citare Cabin Zero, John Richmond e La Martina. Ma ci sono stati, inoltre, quasi 20 ritorni (Valigeria Roncato e Caterina Lucchi) e diverse conferme (come Discord by Yohji Yamamoto e Vivienne Westwood).

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Milano guida la moda italiana

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Il territorio di Milano e provincia ha raggiunto, nei primi nove mesi del 2018, 5,2 miliardi di euro (+6,4%) di export di prodotti di moda, diventando così leader in Italia. I risultati arrivano da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi, su dati Istat e del Registro delle Imprese e Aida – Bureau van Dijk, che segna un +3,6% dell’intera Lombardia (10 miliardi) e un +2,3% in tutta Italia (39 miliardi).

Dal rapporto risulta inoltre che le aziende milanesi di moda impiegano 91 mila addetti, a fronte dei 192 mila in Lombardia e 846 mila in tutto il Paese, con un giro d’affari di oltre 20 miliardi. Milano rappresenta quindi il 6% del settore italiano per imprese, l’11% per addetti e più del 20% per ricavi.

L’Italia conta 221 mila imprese operanti nel fashion e la ricerca stabilisce la supremazia lombarda (34 mila), con Campania (32 mila) e Toscana (28 mila) al seguito. Milano si conferma la prima città in Lombardia anche per numero di aziende (13 mila), seguita a grande distanza da Brescia (4 mila), Bergamo e Varese (più di 3 mila), Como e Monza e Brianza (più di 2 mila). Se invece si considera il numero di imprese a livello nazionale, il capoluogo lombardo si classifica al terzo posto, superato da Napoli (21 mila) e da Roma (15 mila).

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Borsa 2018: bene lusso e sportswear

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La crescita economica della Cina ha subito un rallentamento nel 2018, registrando il risultato più basso dal 1990 (+6,6%). Questo ha avuto delle conseguenze sulle performance dei grandi nomi del lusso in Borsa, ma senza causare gravi danni. L’analisi di Pambianco sulla variazione dei titoli delle aziende della moda e del lusso nel 2018 definisce quest’ultimo un anno di transizione, come il precedente. In questo clima di incertezza, il fast fashion continua a retrocedere, ma lusso e sportswear crescono.

Il rallentamento del mercato cinese e l’abbassamento del giudizio sul settore da “neutral” a “underweight” da parte degli analisti (come Morgan Stanley) hanno causato una perdita di terreno per i titoli del lusso. Ma, anche se le performance sono ben lontane dai risultati registrati a chiusura del 2017, la situazione europea è di generale crescita: Kering (+17%), Brunello Cucinelli (+11,8%), Hermès (+10,8%), Lvmh (+9,1%) e Aeffe (+5,8%) sono riuscite a mantenere parte dei guadagni dei primi mesi dell’anno, grazie anche ai risultati rassicuranti dell’ultimo trimestre. Il 2018, comunque, prima dell’ottobre “nero”, è stato un anno brillante per molti titoli, come Moncler (+12,9%), che ha registrato le performance migliori di sempre. Puma (+18,6%) e Adidas (+12,2%) guidano i risultati positivi dello sportswear.

Per Burberry (-0,6%), che è reduce da una transizione manageriale e stilistica, Salvatore Ferragamo (-18,4%), Hugo Boss (-22,7%) e Tod’s (-29,4%), le performance sono invece negative. Subiscono poi un forte rallentamento le società in fase di riassetto come Stefanel (-60,7%) e Safilo (-76,4%), ma anche Ovs, che paga le conseguenze della sfortunata operazione svizzera con Sempione Fashion. Il fast fashion, infine, continua la sua discesa anche nel 2018: Next (-8,7%), H&M (-20,4%) e Inditex (-20,5%).

La situazione americana vede lo sportswear protagonista indiscusso: Lululemon (+52,6%), Columbia Sportswear (+16,4%), Under Armour (+15,7%). Nike ha toccato picchi molto alti di crescita (86 dollari per azione) durante l’anno, per poi chiudere con un +18,1% (74,14 dollari). Skechers ha invece registrato un risultato negativo (-40,5%), penalizzata da un pesante secondo trimestre; mentre Fossil si è ripresa abbondantemente (+81,8%) dopo diversi esercizi in declino.

Il lusso americano non replica le buone performance delle società europee, segnando bruschi cali o timide crescite: Ralph Lauren (+0,7%), Tiffany (-22,8%), Tapestry (-23,2%), la ex Michael Kors, ora Capri Holdings (-40,8%), che ha fatto i conti con lo scetticismo degli analisti sul costo di acquisizione di Versace, e L Brands (-54,1%), che subisce il calo di popolarità di Victoria’s Secret.

In Asia, infine, sono stati presi a campione dieci titoli. Di questi, solo due hanno chiuso in positivo: Fast Retailing (+26,7%) e Semir (+16,6%). Tra le società in calo, invece, troviamo anche Prada (-8,7%).

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2018: l’anno del database autonomo

By Jeffrey Erickson | Director of Content Strategy

A marzo del 2018, Oracle rilasciava il primo database autogestito al mondo. Un progresso tecnologico realizzato in decenni e che è arrivato nel momento di maggior pressione per il mondo degli affari.

All’inizio dell’anno, Adam Burden, Chief Software Engineer di Accenture, ha dichiarato che il ritmo del cambiamento tecnologico sarà sempre più veloce. Le aziende si aspettano dati più sicuri, ma anche più accessibili, vogliono soddisfare le variazioni della domanda e pagare solo quello che usano. “Per far fronte a questo, Accenture ha dovuto rivedere il modo in cui saranno costruiti i sistemi. E l’Autonomous Database di Oracle è un ottimo esempio di come sarà realizzato”, ha detto Burden.

Rilasciato a marzo, l’Autonomous Data Warehouse di Oracle è il primo database autonomo sviluppato per supportare le imprese anche in pesanti attività di analisi e reportistica. Ad agosto l’azienda ha lanciato l’Autonomous Transaction Processing, ideato per carichi di lavoro standard, compresa l’elaborazione delle transazioni e delle query. In entrambi i casi, l’apprendimento automatico è una funzionalità fondamentale e influenza anche l’infrastruttura cloud sottostante per attività come l’installazione delle patch o la messa a punto del database senza alcun coinvolgimento umano, eliminando il rischio di errore, migliorando la sicurezza dei dati e le performance. Secondo Larry Ellison, CTO e Presidente esecutivo di Oracle, è stata una delle cose più importanti che l’azienda abbia mai fatto.

L’Autonomous Database, però, in quanto primo database autonomo in grado di gestire tutti i carichi di lavoro di un’azienda, ha suscitato molte perplessità tra professionisti e dirigenti aziendali. Come migliora la sicurezza? Cosa lo rende autonomo? Ecco le risposte ad alcune delle domande più frequenti.

Cosa rende il database veramente autonomo?

Implementare in pochi minuti un database aziendale e poi lasciare che si gestisca da solo è un’esperienza totalmente nuova. Chiedersi come sia possibile, quindi, è inevitabile.

L’Autonomous Database è un servizio cloud completamente gestito, quindi il database viene eseguito su server nei data center cloud. Viene erogato tramite le Exadata Database Machine, progettate nello specifico per supportare al meglio le performance del database Oracle su carichi di lavoro ad alte prestazioni e ad alta disponibilità. Anche se la funzione autonoma del database è nuova, si basa su diverse funzionalità di automazione che Oracle ha costruito negli anni nel proprio software database e nell’hardware Exadata. Le funzioni autonome hanno come obiettivo la riduzione dei costi operativi, eliminando l’onerosa e ripetitiva amministrazione manuale, automatizzando e riducendo gli errori umani. Inoltre, lasciano agli esperti di database il tempo per collaborare con gli sviluppatori su attività più importanti, come la gestione e l’analisi dei dati.

Come può migliorare la sicurezza dei dati?

L’Autonomous Database è stato progettato per migliorare la sicurezza dei dati rispetto ai database standard, correggendosi da solo non appena viene rilevata una certa vulnerabilità o una patch è pronta ad essere installata. Russ Lowenthal, responsabile della sicurezza dei database di Oracle, sottolinea l’importanza di questa automazione; troppo spesso è difficile programmare i tempi di inattività per gestire manualmente le patch, oppure non si conoscono tutti i database che hanno bisogno di un aggiornamento. “Questo toglie immediatamente un enorme peso dalle spalle dei CIO e degli amministratori di database” (Lowenthal).

Come ha spiegato Larry Ellison nel suo keynote all’Oracle OpenWorld, il database autonomo funziona sull’infrastruttura cloud di nuova generazione di Oracle che rappresenta una nuova architettura del cloud pubblico convenzionale. L’infrastruttura di seconda generazione protegge il perimetro dei server cloud dei clienti e li isola l’uno dall’altro per evitare che un attacco possa espandersi all’interno del cloud per rubare o manipolare i dati. L’infrastruttura cloud e il Database Oracle, in aggiunta, sfruttano le più recenti tecniche e gli algoritmi di machine learning per aiutare a trovare ed eliminare, senza l’intervento umano, gli attacchi nocivi provenienti dai bot degli hacker.

Come possono utilizzarlo le aziende?

Centinaia di migliaia di aziende utilizzano già il Database Oracle per la gestione dei dati. L’automatizzazione semplifica l’implementazione e l’esecuzione di nuovi database o lo spostamento in cloud dei database e dei data warehouse già esistenti; grazie al cloud, le aziende possono ottenere più valore dai propri dati.

Anche una grande azienda può muoversi come una startup utilizzando il database autonomo. Come ha dimostrato Mark Rittman, noto esperto di analisi dei dati e CTO di MJR Analytics, l’unica differenza consiste nel fatto che la startup ottiene la sua agilità grazie a strumenti di analisi open source, mentre la grande azienda, grazie al data warehouse cloud autonomo, ha rapido accesso a strumenti d’analisi potenti, con tutta la scalabilità, la sicurezza e la prevedibilità a cui sono abituati.

Un altro esempio dal mondo delle startup in rapida crescita è dato da Drop Tank, che fornisce programmi di ricompensa dedicati alle stazioni di servizio e che permettono ai clienti di accumulare punti da utilizzare presso compagnie aeree, catene di alberghi e aziende di beni di consumo. L’Autonomous Data Warehouse di Oracle è diventato per l’azienda un modo per gestire i dati e garantire ai partner globali una rapida analisi, anche nell’ottica della grande crescita prevista. Il CEO Dave VanWiggeren prevede di raddoppiare le localizzazioni in rete entro la fine del 2019, da 3.500 a 7.000, ma di arrivare a superare anche le 30.000 nel futuro, e che le transazioni aumentino di 50 volte; allo stesso tempo, i loro competitor si chiederanno come sia possibile fare tutto questo con sole 20 persone.

L’Autonomous Transaction Processing Database, che è disponibile da agosto 2018, permette a chi lo utilizza di avere un database autonomo adatto per le transazioni commerciali online. Il database, infatti, risponde immediatamente quando si aggiorna un saldo bancario, quando si ordinano delle parti o quando si acquista da un catalogo, anche se diverse persone usano quell’applicazione nello stesso momento. Questo rappresenta un vantaggio anche per gli sviluppatori che sono liberi di implementare un potente database Oracle ad uso generico. “Hanno a portata di mano la piattaforma di database più performante e ricca di funzionalità, in tempi e a costi minori rispetto all’on-premise”, ha detto Maria Colgan di Oracle.

Gli amministratori di database devono temere per il proprio lavoro?

I CIO delle aziende apprezzano la sicurezza e il risparmio che derivano da un database che si gestisce completamente da solo. “I costi della manodopera per patch, provisioning e tuning del database sono praticamente eliminati”, ha affermato il Vicepresidente esecutivo di Oracle Andy Mendelsohn. Ma cosa resta per i DBA?

Mentre il lavoro quotidiano del database è gestito da Oracle, la modellazione dei dati e la messa a punto dell’applicazione restano compito degli amministratori. La richiesta di esperti che comprendano le nuove capacità dei database basati sul cloud è infatti molto alta. Secondo l’esperto di database di Oracle Penny Avril, la parte divertente del lavoro dei DBA è ancora presente e, anzi, ora possono svolgerla davvero, non dovendosi più occupare di altro.

“Avere meno manopole da girare non è una cosa negativa. Il fatto che ci siano meno possibilità di commettere errori è un bene”, ha sottolineato Jim Czuprynski, esperto Database Architect e autore di diverse pubblicazioni sulle tematiche legate all’argomento. “I database si occuperanno del lavoro sporco, così che i DBA possano passare a lavori più importanti”.

Come riduce i costi il database autonomo?

Nel cloud si paga quello che si usa, quindi, meno si usa, meno si paga.

All’Oracle OpenWorld 2018, Larry Ellison ha mostrato i database Autonomous Data Warehouse e Transaction Processing con lo stesso carico di lavoro di Redshift e Aurora di Amazon Web Services. Il benchmark ha mostrato che l’Autonomous Data Warehouse Cloud, rispetto al database di analisi Redshift, ha elaborato il carico di lavoro nove volte più velocemente, con un costo otto volte inferiore. Nel confronto tra Autonomous Transaction Processing Cloud e Aurora, il database Oracle è stato undici volte più veloce e otto volte più economico.

L’azienda è così sicura di offrire una soluzione più veloce e meno costosa di Amazon che garantisce di dimezzare la spesa dell’infrastruttura di quest’ultima, se si spostano i carichi di lavoro del database Oracle all’Autonomous Database.

Cosa verrà dopo? Database autonomo all’interno del tuo data center

Alcune aziende, oltre ai vantaggi del database autonomo, vorrebbero conservare i dati nei propri data center per motivi legati alla regolamentazione e alla sicurezza; già nel 2019, a detta di Ellison, questo sarà possibile. La popolare opzione Cloud at Customer di Oracle, con cui le aziende eseguono il Cloud Oracle nel proprio data center, potrà gestire il database autonomo. “Premi un pulsante e il tuo database Cloud at Customer diventa Autonomous Database Cloud at Customer”.

“Con il database autonomo si elimina l’intervento e l’errore umano. Non c’è niente da imparare, niente da fare”, ha riassunto Ellison. “I vostri sviluppatori così diventano più produttivi, creando nuove applicazioni e facendo un lavoro migliore di analisi dei dati e il vostro sistema sarà più affidabile”.

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Blockchain: la tecnologia per tutelare il “made in Italy”

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Carlo Ferro, nuovo Presidente dell’ICE (l’Istituto nazionale per il Commercio Estero), vuole contrastare la frenata dell’economia utilizzando la blockchain. Questa la prossima linea strategica, per la promozione del commercio estero, presentata al Sole 24 Ore.

Il Mise (Ministero dello Sviluppo) vorrebbe servirsi della blockchain per garantire la tracciabilità dei prodotti made in Italy e difendere così i brand dalla contraffazione, problema che colpisce la moda e altri settori. Il protocollo blockchain andrebbe ad assicurare la disponibilità in rete di informazioni certificate e si potrà accedere a queste informazioni attraverso un’etichetta o con una digital tag leggibile tramite smartphone. L’ICE, quindi, collaborando con il Mise, dovrà diventare un centro di competenza digitale che metta a disposizione delle piattaforme standard per le imprese che esportano.

Startup e micro e piccole imprese saranno le principali protagoniste di questo piano di tracciabilità, con particolare attenzione alla quota export del Sud che si progetta di incrementare dal 12 al 20%.

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Industria 4.0: la moda cerca 50mila lavoratori

Dal mondo della moda arriva un allarme occupazione al contrario: servono circa 50.000 addetti nei prossimi cinque anni.

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A fine novembre, durante l’ultima edizione di Job&Orienta, Sistema Moda Italia ha presentato un’elaborazione di Unioncamere sull’evoluzione attesa della domanda di lavoro in Italia. Le stime dicono che, nel periodo tra 2017 e 2021, serviranno quasi 50mila lavoratori in tutti i segmenti della filiera della moda. Le aziende del settore vivono da tempo questo allarme occupazionale al contrario rispetto alla generale situazione del paese. Questo bisogno di nuove figure da inserire, che si prevede diventerà sempre più urgente, riguarda i diversi comparti produttivi ed è il risultato di due fattori. La nuova riforma pensionistica, infatti, potrebbe causare l’uscita dal mondo del lavoro di molte figure chiave nella manifattura che dovranno essere rimpiazzate. Ma l’alta richiesta sarà dovuta anche alla necessità dell’industria 4.0 di addetti che sappiano coniugare manualità e conoscenze digitali.

L’industria 4.0, che prevede un ingresso massiccio dell’information technology nelle aziende, è un tema sempre più attuale e concreto nel settore della moda. Le stime dei principali distretti industriali confermano questa tendenza: nel territorio di Biella serviranno 1200 addetti nel settore tessile nei prossimi cinque anni; Firenze, invece, ha ricercato 3000 persone nella pelletteria negli ultimi due anni e i lavoratori da inserire nella parte nord della Toscana sono 1100. Il Veneto, infine, presenta una situazione in cui il ricambio è fondamentale: più di un terzo dei 60mila addetti della moda ha più di 50 anni. Le associazioni confindustriali dei singoli distretti, in accordo con le scuole professionali locali, si stanno già adoperando per far fronte alla domanda e per garantire ai più giovani una visione più concreta del lavoro nel settore della moda.

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